Maria Femia
HouseWire

Recensioni

Recensione di Bob Nardella

Al mio ritorno dalla Triennale di Milano dedicata ai "Beautiful Losers", i giovani esponenti della creatività nata nelle strade, mi trovo catapultato in qualcosa di parallelo e contrapposto.

Sono ospite della mia cara amica Maria (nonché dei suoi figli e del suo simpaticissimo marito) che mi mostra quasi intimidita le sue opere che presenterà per la prima volta al pubblico: Housewire: Termine derivato da housewife (casalinga, non disperata fortunatamente) e wire non inteso come ostacolo ma come un filo metallico conduttore tra la sua abitazione e l'esterno .

Le opere di Maria, tutte prodotte senza spostamenti fisici dalla sua abitazione, nascono da un bisogno assoluto: comunicare un ordine che viene costruito, in maniera certosina, nell'universo unico ed in lenta ma costante mutazione che è quello della casa. Femminilità ed eleganza.

Non c'è ribellione o femminismo nelle sue opere ma piuttosto una costante immagine morandiana del tempo che scorre inavvertito sugli oggetti da Lei fotografati. Al contrario dell'arte nata nelle strade, quella dei "writer", che, paradossalmente, spesso disprezzata nelle vie dove nasce cerca la sua approvazione dall'esportazione un poco Duchampiana dell'opera in uno spazio chiuso, galleristico, museale, l'arte di Maria viaggia al contrario: dalle mura di casa si muove verso l'esterno, verso il mondo abitato, quello dei bar, quello delle altre abitazioni in uno scambio molto intimo, come un bacio, come il viaggio di un'elegante lettera d'amore.

È interessante il fatto che, come ha notato Bruce Chatwin, gli aborigeni australiani usano la stessa parola per dire "paese", "patria" e "strada", "cammino". Perfetta coincidenza: forse per un - nomade – artista - dell' animo essere per via è essere a casa ed essere a casa è essere per via.

Recensione di Sergio Leta

La luce del Tempo

Alcune considerazioni sulle fotografie di Maria Femia

Il Tempo che tutto divora qualcosa ha risparmiato:una tazzina da caffè, qualche bicchiere, vecchie scatole di latta.
Qualcosa, qualche oggetto, i nostri Sepolcri.
Eccoli i soggetti delle fotografie di Maria; nel viaggio che compie intorno alla sua stanza Maria "incontra" questi oggetti e il suo percorso muta repentinamente di senso: invece di un cammino tra mura domestiche, il suo diviene un viaggio a ritroso nel Tempo della memoria e del ricordo.
Gli spazi e i tempi allora si dilatano, s'espandono in questa "recherche" e, attraverso il potere evocativo delle "cose", vuoti e assenze si gremiscono di presenze; il ritrovamento dell'oggetto - madeleine diviene pertanto occasione nella quale, attraverso il ricordo, il passato s'inanella al presente in un incontro che è soprattutto luogo di meditazione e riflessione sul trascorrere del Tempo.

La luce che intride le fotografie di Maria ha una duplice valenza: ora soffusa e morbida, permette agli oggetti di manifestarsi, di "affiorare"; ora invece è luce che abbacina e ferisce gli occhi, bagliore feroce di spazi assolati che abbaglia e cancella, che sgretola e corrode le forme.
E' la luminosità che conosce chi è stato al Sud, chi ha esperienza di quei luoghi che per l'intensità del chiarore paiono fotografie sovraesposte.
Luce che chi lascia quei luoghi serba nel cuore accanto al ricordo di qualche oggetto: a volte una tazzina da caffè, altre volte un bicchiere o vecchie scatole di latta. Povere piccole cose. I nostri Sepolcri, appunto.


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